Intervista a Federica Marzi

Federica Marzi è nata a Trieste nel 1974, dove tuttora risiede. Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Italianistica all’Università di Trieste e alla Heinrich-Heine-Universität Düsseldorf con una tesi sulla letteratura dell’emigrazione italiana in Germania. Ha pubblicato il volume In terra straniera (2014), che riprende e sviluppa alcuni capitoli della sua tesi.

I suoi racconti brevi sono apparsi in varie antologie e riviste. Nel 2016 ha suscitato l’interesse del pubblico croato aggiudicandosi il primo premio al Concorso letterario internazionale Lapis Histriae 2016 con il racconto Crepe (Pukotine). La traduttrice Lorena Monica Kmet ha tradotto e pubblicato due suoi racconti sul sito letterario Strane, come pure questa intervista.

 

Cara Federica, spero che tu ti stia trovando bene a Pisino e che il soggiorno alla Casa degli scrittori giovi al tuo lavoro. Puoi dirci intanto qualcosa sul tuo romanzo ‘Nata altrove’ al quale stai lavorando, dove si intrecciano, per quanto ricordo, diversi destini di immigrazione ed emigrazione – dalla Bosnia all’Australia?

Sono molto felice di essere a Pisino e ringrazio moltissimo la Casa degli Scrittori e il Comitato giudicante per aver accettato la mia candidatura e avermi ospitata in questa cornice mozzafiato.

Amo l’Istria. Da qui proviene una parte della mia famiglia. È bellissimo poter vivere questa regione meravigliosa in un modo diverso dal solito. È un luogo che mi appartiene per discendenza indiretta. La famiglia di mia madre ha lasciato l’Istria con l’esodo del ‘55 facendo l’opzione e abbandonando i beni. Ha passato un periodo in un campo profughi e poi si è stabilita a Trieste, dove sono nata e vivo.

La terra istriana è un luogo nel quale mi sembra di ritornare più che andare, è una terra d’anima. Anche se non la vivo come un ritorno, ma una ripartenza dalle mie origini complicate e intrecciate.  È quell’ “alle spalle di Trieste” di cui è riuscito a parlare in modo indimenticabile Fulvio Tomizza, identificandosi con la frontiera.

Questi sono anche i temi centrali del romanzo al quale sto lavorando, e che spero di concludere qui. Per quanto riguarda i personaggi, ricordi bene, sono accomunati da percorsi di emigrazione e immigrazione che si intrecciano nella storia. C’è una giovane italiana di nuova generazione, Amila, che sente di appartenere al nuovo paese benché il suo passaporto bosniaco, e quindi l’esclusione da una cittadinanza formale, dica ben altro. C’è una vecchia istriana, Norina, arrivata nel dopoguerra profuga da Buie, che non riuscirà mai ad accasarsi nella nuova città e soprattutto nella sua vita. C’è sua sorella Nevia, emigrata in Australia, andata agli antipodi, come allora si chiamavano, seguendo il richiamo di un altrove immaginato. E poi c’è il giovane Simon, italo-australiano alla ricerca delle proprie origini, anche se in una proiezione di futuro, che si metterà sulle tracce del nonno scomparso, un istriano con delle origini straniere, per dei motivi che il romanzo chiarirà.

 

Il punto d’incontro dei tuoi personaggi è Trieste… Quanto determinano la tua città e la sua storia la tua immaginazione narrativa?

Trieste è il punto d’incontro per questi personaggi, ma è anche personaggio fra i personaggi. Trieste, e le varie sponde che ad essa si collegano, è il punto nevralgico di questa storia e della mia narrativa in genere. Quindi è molto importante. È il luogo che conosco meglio, la sua storia è una miniera di storie. Trieste rappresenta per me ancora e sempre una vedetta preferenziale, un osservatorio certo periferico rispetto all’Italia, ma, proprio in virtù della sua collocazione di confine, emblematico dei cambiamenti, complessità e problematiche della società italiana di oggi e della contemporaneità in generale. Quindi scrivo delle storie triestine per parlare dell’Italia contemporanea e dei suoi molti altri e altre. L’Italia e il suo problematico rapporto con l’alterità (di ieri e di oggi), una questione – nel clima politico di rozza aggressione che stiamo vivendo oggi in Italia –  più che mai urgente, credo.

 

Secondo alcune caratteristiche, la protagonista del romanzo Amila ricorda Azra, la protagonista del racconto premiato Crepe, la cui famiglia, rifugiatasi da Doboj, trova ospitalità nella cittadina italiana di Caorle. Pure Amila, come Azra, costruisce la sua nuova vita con coraggio, difendendo la propria dignità in un ambiente non favorevole agli immigranti… Come descriveresti gli ostacoli principali che si pongono dinanzi alle aspirazioni delle tue protagoniste?

Quando ho scritto Crepe, avevo già in mente il romanzo, ma non avevo tempo per scriverlo. Il racconto che è stato premiato al Lapis Histriae viene scritto prima, è vero, ma in fondo ne è una costola. Perciò i due personaggi sono molto vicini fra loro, anche se poi ognuno prende una strada diversa. Azra e Amila devono fare i conti con una serie di ostacoli materiali e simbolici. Arrivano da piccole scappando dalla guerra, sono oggetto di alcune forme di esclusione o di pregiudizio nel nuovo paese, ma entrambe cercano una vita migliore e soprattutto una forma di appartenenza che non potrà però essere mai piena ed esclusiva. Anche se è proprio questo il punto. Simili personaggi rilanciano un discorso su un altro possibile modo di appartenere e di declinare la propria identità, non solo in nome di un rapporto esclusivo fra nascita, lingua e territorio. Sono attratta da questo tipo di storie sempre in bilico, che appartengono anche a me. Azra e Amila, e con loro moltissimi dei miei personaggi, mi danno la possibilità di riflettere su delle soggettività collocabili all’incrocio fra diversi mondi culturali, plurilingui, e quindi necessariamente complesse ed eterogenee. Questi personaggi mi permettono di parlare della contemporaneità e delle sue varie ‘società liquide’ e soggettività – collettive e individuali – ‘deboli’ o ‘minori’. Una bella sfida, ma una sorgente inesauribile di pensiero e creatività.

 

Parli lo sloveno, capisci il croato… è ovvio il tuo interesse per il mondo slavo. Come sono avvenute le tue scoperte del nostro spazio culturale?

Avevo un nonno istriano, come ti ho detto. L’altro nonno era invece uno sloveno di Trieste. Mio padre parlava ancora questa lingua, ma non me l’ha mai insegnata. Una tipica contraddizione triestina. Così lo sloveno è per me una lingua tagliata, negata, ma poi “salvata”, per usare un’espressione di Elias Canetti, nel senso che me ne sono appropriata in seguito, studiandola insieme al croato e poi praticandola, facendo viaggi con e nelle lingue. Questa è stata un’esperienza fondamentale. Ma è stato anche un sipario che si è sollevato di colpo su un mondo culturale – diciamo slavo – rimasto a lungo inintelligibile, alle spalle e nel cuore di Trieste. Così ho scoperto la vicinanza, la possibilità dello scambio e di attraversare molti confini. In questo modo i confini non sono più dei limiti ma si apre la possibilità di varcare uno spazio soglia. E questa è un’esperienza magnifica, di grande libertà. Allo stesso tempo, però, mi si sono rivelate anche le molte criticità proprie della storia di uno spazio culturale così complesso: gerarchie culturali, esclusioni, rimozioni, violenze e non da ultimo scritture (e comunità) parallele, come le ha chiamate Miran Košuta.

 

Quanto hanno influenzato tutto ciò gli avvenimenti bellici nell’ex Jugoslavia?

La guerra nell’ex Jugoslavia non l’ho vissuta direttamente, ma da vicino. È scoppiata nel nostro giardino di casa, praticamente, ed è entrata nella mia vita anche attraverso la storia di molte persone. È comunque un evento che mi ha segnata in modo direi traumatico, in un’età fra i 18 e i 22 anni in cui si fanno le scoperte fondamentali del mondo e ci si connette ad esso  con un senso di assoluta empatia che poi, nell’età forte, come l’ha voluta chiamare Simone de Beauvoir, si trasforma in maggiore consapevolezza. Qui si pone per me l’imperativo arendtiano “ich will verstehen” (voglio capire). Anche se qualcosa di quel modo assoluto di sentire di prima purtroppo si perde.

Nel racconto La lingua di mia mamma la protagonista cita le frasi dell’omonimo componimento della figlia. Ce n’è una in particolare: «Le lingue di mia mamma sono tre. L’italiano di casa mia, il triestin della nonna e lo sloveno della mia scuola. Sono contenta di parlare tre lingue anche se loro non vanno sempre d’accordo. Certe volte fanno come mamma e papà, e io non so proprio più cosa fare con loro.»

 

Con un pizzico d’ironia e da una prospettiva infantile, hai qui concisamente indicato gli aspetti diversi del plurilinguismo: da una parte una ricchezza, dall’altra una dimensione di ansia ed incomprensione. Quanto influenzano la tua scrittura queste tensioni sociolinguistiche?

Credo che nella mia scrittura sia riconoscibile un movimento sorretto dalla tensione che hai descritto benissimo tu e che non saprei esprimere meglio. Grazie per aver messo in luce questo aspetto, che ho ben in mente quando scrivo. Credo sia questa tensione a rilasciare a volte delle spie o dei marcatori linguistici, che si rivelano anche attraverso parole in altre lingue o dialetti e che sono piccole o grandi deviazioni nel mio italiano. Ma credo che essa sia ancora  più determinante nel farmi muovere i personaggi o nel farli parlare e, in generale, per la dinamica e lo sviluppo delle storie. Non sono cose decise a tavolino però. Movimento, tensione, sono parole bellissime. Sento e seguo questa tensione e sono spesso curiosa di vedere fin dove mi porta.

 

La tua tesi di dottorato, cioè il libro In terra straniera è altresì segnato da questa stessa tensione. Benché per la maggioranza dei lettori croati il tema della tua ricerca – l’immigrazione italiana in Germania –  sia del tutto sconosciuto, le nozioni che hai elaborato, le prospettive che si aprono, sono più che mai attuali. Infatti dimostri quanto la storiografia e canonizzazione della letteratura su basi nazionali non bastino più, oggi, e in realtà già da decenni, a comprendere fenomeni più complessi frutto della libera (o forzata) mobilità degli scrittori contemporanei in Europa. Puoi presentarci in breve le questioni che più ti premevano durante la stesura della tua tesi di dottorato?

Le domande alle quali ho cercato di dare una risposta erano moltissime. Si trattava di capire innanzi tutto come mai un fenomeno così rilevante, anche numericamente, come l’emigrazione italiana in Germania – con milioni di Gastarbeiter partiti dall’Italia nel secondo dopoguerra – sia stato quasi dimenticato o non sufficientemente studiato in Italia.

Ho provato allora a interpretare il fenomeno migratorio specifico non solo in termini politici, economici o sociologici, ma anche su un piano testuale, retorico e narrativo. La migrazione come un tema forte, per quanto controverso, della letteratura.

Così ho avuto modo di leggere, e la fortuna di conoscere personalmente, alcuni autori e autrici italiani emigrati in Germania: Gino Chiellino, Franco Biondi, Carmine Abate, Chiara de Manzini, Giuseppe Giambusso. Hanno scritto dei testi interessantissimi. Ho provato a studiare questo fenomeno letterario mantenendo uno sguardo bifocale, considerandolo cioè dalle due sponde di partenza e di arrivo. È qui che allora si è posto il problema della collocazione di una letteratura scritta fra due mondi, che mette in questione una canonizzazione della letteratura su basi nazionali o (mono)linguistiche. Servono nuovi strumenti, chiavi di lettura, categorie. Poi ho analizzato le potenzialità estetiche e culturali di questa letteratura, cercando però allo stesso tempo di andare oltre le retoriche del multiculturalismo. Perché anche la multiculturalità ha le sue retoriche.

In questo modo è stato possibile mostrare come l’emigrazione italiana non sia stata solo un’esportazione di un made in Italy all’estero, come spesso si sente dire, come se la nazione potesse ricollocarsi e compattarsi ogni volta da qualche altra parte. Le comunità, invece, si trasformano sotto la spinta della migrazione nel segno della transnazionalità e della transculturalità. Come vedi stiamo di nuovo girando intorno alla stessa questione. L’Italia e i suoi molti altri e altre. Solo che in questo caso, tanto per usare una frase un po’ retorica, „gli altri eravamo noi“. È allora ovvio che prendere atto del fenomeno dell’emigrazione italiana in questi termini costringerebbe a ripensare in tutt’altro modo ai più recenti fenomeni di immigrazione nel nostro Paese, mettendo in campo pratiche e politiche molto diverse da quelle attuali.

Sono passati alcuni anni da quando scrivevo di questi argomenti e credo che oggi riscriverei tutto allo stesso modo. Adesso, però, la situazione in Italia, e in molti altri paesi europei, è molto cambiata. Pare di stare nella Germania (e in molti altri paesi ricettori di manodopera straniera) degli anni Sessanta. O anche peggio. Ma allora la macchina politica che governava i flussi migratori era diversa. Ma per alcuni interpreti è proprio partendo da lì che si arriva velocemente alla „fortezza Europa“ di oggi.

 

Nel tuo racconto Italiano per stranieri appare la marocchina Nazla Chgouri. Già da decenni Trieste non è soltanto una città meta di immigrati europei. Si nota una grande affluenza dall’Asia (cinesi, afgani, per esempio) e sempre più dall’Africa (senegalesi, marocchini, camerunesi …) In che modo queste persone partecipano alla vita cittadina? Esistono ricerche, opere letterarie che si occupano dei destini di questi immigrati?

Trieste rispecchia a suo modo un fenomeno di portata molto più ampia. Non saprei dirti molto su queste comunità se non per esperienza personale. Perciò non sarei in grado di tracciare un quadro preciso. A Trieste sono però usciti dei lavori importanti. Un bel romanzo triestino che apre un discorso sull’immigrazione cittadina dal mondo, facendolo per giunta in modo ironico, è Amiche per la pelle della scrittrice di origini indiane Laila Wadia. All’Università di Trieste vi sono stati dei lavori notevoli su questo argomento, anche se non limitatamente alla città. Qui è tutt’altro. Partendo da Trieste, stiamo andando incontro al mondo. Penso dunque alla comparatista e teorica della letteratura Sergia Adamo, che ha scritto, fra le altre cose il saggio indimenticabile Dislocazioni, mediazioni, migrazioni o al filosofo Giovanni Leghissa e al suo sferzante Il gioco dell’identità. Mi sembra, inoltre, che alcuni degli ultimi romanzi usciti dalla fucina triestina si stiano orientando verso questa dimensione. Penso a Pietro Spirito e al suo bellissimo Il suo nome quel giorno, oppure a Juan Octavio Prenz e il suo Solo gli alberi hanno radici. Qui torniamo anche in Istria, ma con uno sguardo e molte diramazioni sul mondo. Credo sia una chiave lettura vincente.

 

Nel racconto La donna che era salita sull’orso d’acciaio il tuo attivismo è ancor più palese, che in sostanza risulta femminista, ecologico e sociale. Hai aderito al partito di Sinistra Ecologia Libertà… Quali sono le tue esperienze nella sfera politica? In che modo la letteratura dei giorni nostri può contribuire all’articolazione di valori politici?

Quello è l’unico mio racconto dove compare un personaggio che si fa portatore di un attivismo politico così palese. È nato dietro una suggestione arrivata dal concorso letterario a tema ‘Lìbrati’ della Libreria delle donne di Padova, cui devo molto.

L’esperienza della mia candidatura nel partito di Nichi Vendola alle Elezioni Comunali del 2011 e, prima, in alcuni movimenti della società civile, non da ultimo quello chiamato in modo certo problematico ‘no global’, fa parte di un bagaglio che viene con me ovunque io vada, con o senza penna in mano.

Non necessariamente la letteratura deve però mettere in scena personaggi o situazioni così espliciti per essere, diciamo, politica, ovvero per aprire ad uno spazio di crisi e di critica, per essere “quell’ascia che rompe il mare di ghiaccio dentro di noi” di cui parlava Franz Kafka. La letteratura ha la possibilità di mostrare situazioni non convenzionali, di riflettere su delle zone di crisi o su alcune delle contraddizioni del nostro tempo e di altri periodi storici, ma anche di immaginare spazi alternativi e movimenti contrari, ma sempre attraverso la testualità, la narrazione e la scrittura. È una grandissima possibilità, questa. Anche solo pensare di poterla sfiorare fa girare la testa.

 

L’Ursus  (l’orso d’acciaio), la gru con i suoi 80 metri di altezza, è un simbolo del Porto Vecchio di Trieste. Nel tuo racconto la protagonista sale sull’Ursus in un atto di protesta contro l’inquinamento industriale (che colpisce prima di tutti gli operai nelle fabbriche, tra i quali vi è anche suo marito). Trovi che nella letteratura italiana contemporanea ci siano scrittrici e scrittori in grado di salire simbolicamente sull’Ursus?

Penso che ve ne siano tantissimi nella ‘letteratura-mondo’, una ‘Weltliteratur’ contemporanea e di altre epoche storiche, che frequento e dove pure quella italiana fa la sua parte. Alcuni di questi autori e autrici li ho già citati nel corso della nostra intervista. Ma la lista completa sarebbe davvero lunghissima.

 

Da quello che ho letto finora della tua narrativa, direi che sei una scrittrice della crisi, che ti attraggono i temi attuali, anzi, allarmanti. A che cosa intendi dedicare le tue future fatiche letterarie e scientifiche?

Ti ringrazio, è una bella definizione. Per il momento sono molto concentrata sul romanzo al quale sto lavorando, che poi sarebbe il primo. Ne vorrei scrivere un secondo, per il quale ho già un taccuino pieno di appunti e che sarà un po’ diverso, più intimista e psicologico. Tutto si svolgerà all’interno di un microcosmo domestico. Ma saremo sempre a Trieste e i personaggi avranno diversi background linguistici e culturali. Spero di tornare però anche al racconto, che è stata la mia prima passione, durata molti anni, anche se non ne scrivo più da almeno un anno, pur avendo ancora tante storie brevi nel cassetto che aspettano solo di essere scritte. Spero dunque che, partendo da Pisino, il cammino possa essere ancora lungo.

 

Traduzione delle domande di Neven Ušumović dal croato all’italiano: Lorena Monica Kmet